Non si può crescere per sempre, come la decrescita offre una strada reale, oltre l’utopia, per garantire un futuro equo e sostenibile fuori da logiche capitaliste.
di Michela Grasso

Ogni anno, l’Earth Overshoot Day segna la data in cui l’umanità esaurisce tutte le risorse biologiche e naturali rigenerabili nell’arco di un intero anno. Dal giorno seguente, viviamo in un “debito ecologico”, consumando risorse di fatto inesistenti. Anno dopo anno, l’Earth Overshoot Day si sposta sempre più in avanti nel calendario, passando dal 12 dicembre del 1975 al 30 luglio 2026.
Un dato simile dovrebbe metterci di fronte all’insostenibilità dei nostri stili di vita e del nostro modello economico, basati sul consumo e sulla produzione senza freni o limiti. È naturale guardare con favore a soluzioni che tornano periodicamente nel dibattito pubblico, senza però essere mai state realmente prese in considerazione:
riduzione delle emissioni tramite l’eliminazione dei jet privati, taglio degli sprechi alimentari, personali e industriali, e misure sociali come la riduzione degli orari di lavoro.
Uno dei motivi per cui queste proposte faticano a tradursi in politiche concrete risiede in un ostacolo strutturale: quello che diversɜ economistɜ definiscono l’“imperativo della crescita”, ovvero la tendenza a misurare il successo delle nostre società quasi esclusivamente attraverso l’aumento costante della produzione e dei consumi. Ogni anno dobbiamo consumare e produrre di più, sia a livello di impresa privata, che a livello di stato.
La buona notizia?
Eppure, alternative a questa ossessione per la crescita esistono. Negli ultimi anni è fiorito un vasto campo di ricerca che esplora politiche e modelli economici ispirati alla decrescita, alla post-crescita e a forme di economia oltre il capitalismo.
La decrescita, in questo contesto, è la proposta teorica, economica e politica che sostiene la necessità di ridurre in modo controllato la produzione e il consumo, con l’obiettivo di migliorare il benessere umano ed ecologico.
Parlare di decrescita, cosa, come e perché?
In un mondo in cui “crescita” è un mantra costante sulle labbra di politicɜ ed economistɜ, l’idea di de-crescere sembra un sacrilegio. In Italia il termine è storicamente associato alla “decrescita felice” di Serge Latouche, adottata e poi abbandonata dal Movimento Cinque Stelle come slogan elettorale. Oggi la parola evoca per molti una vaga utopia, quasi uno scherzo politico.
Eppure negli ultimi anni, un numero crescente di ricercatorɜ da tutto il mondo, provenienti da discipline diverse, sta lavorando per immaginare un’economia e una società capaci di esistere al di fuori del paradigma della crescita infinita. Il fulcro delle loro ricerche è capire come vivere entro i limiti naturali della Terra, distribuendo equamente le risorse disponibili. Sono nati istituti e centri di ricerca dedicati a comprendere la decrescita, e per questo articolo, Voice Over Foundation ha intervistato Suryadeepto Nag, economista dello sviluppo all’Università di Losanna, e Donatella Gasparro, ricercatrice in ecologia politica alla Scuola Normale Superiore di Pisa e co-fondatrice del Collettivo Numega.
«Miliardari e politici ci dicono di inseguire il mito della crescita, sostenendo che migliorerà le nostre vite», spiega Nag, «invece di offrire servizi di base e lavoro, ci viene detto che tutti i problemi del mondo, dalla degradazione ambientale alla povertà, si risolveranno se continuiamo a crescere, a investire e a guadagnare. C’è persino chi sostiene che solo crescendo economicamente un Paese possa raggiungere la parità di genere o sviluppare energie sostenibili.
Eppure cresciamo senza fermarci da secoli e non ne abbiamo mai abbastanza, nemmeno per garantire una vita dignitosa a metà del mondo. ».
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